Sport, Studio e Lavoro – Intervista a Greta Muti

Il percorso per il successo non è mai lineare e semplice. Greta è un’atleta molto tenace in grado di far tesoro delle difficoltà che le si sono presentate durante il viaggio che l’ha portata a mettersi al collo una splendida medaglia di bronzo ai recenti Mondiali di Linz.

Greta, complimenti per il bellissimo terzo posto e per aver qualificato il 4+PR3Mix alle Paraolimpiadi di Tokyo 2020.

Leggendo la spiegazione della sigla PR3 si evince che l’atleta può utilizzare tutto il corpo: gambe, tronco e braccia e appartengono a questa categoria atleti ed atlete non vedenti, amputati ad un arto o con altre minime disabilità.

Volevo chiederti quale disabilità ha ognuno di voi e se queste “altre minime disabilità” sono differenti tra Nazioni, e se vanno ad alterare, in base alla diversa gravità, il risultato finale?

La nostra barca è composta da quattro persone con disabilità e il timoniere. Io ho la paralisi di Erbs a sinistra che è una paralisi dei muscoli della spalla dovuta ad una lesione del plesso brachiale conseguenza di un parto distocico. Lorenzo Bernard e Cristina Scazzosi sono ipovedenti: Lorenzo di categoria B2 (riduzione della acuità visiva di grado molto severo) e Cristina di categoria B3 (riduzione severa). Alessandro Brancato ha una parte del piede sinistro amputato e una riduzione dei muscoli della stessa gamba.

La difficoltà del pararowing consiste nella ricerca di equilibrio e dei metodi di compensazione per superare le disabilità per creare la barca più efficiente possibile. Ovviamente quelle barche che sono composte da ragazzi con disabilità minime producono risultati migliori rispetto a quelle composte da atleti con disabilità maggiori. Per capire le differenze “a priori” tra le barche, e’ necessario anche considerare gli aspetti economici e le possibilità che i diversi paesi del mondo hanno di investire nelle attività di pararowing: i costi a sostegno di questa disciplina possono diventare elevati per l’acquisto di protesi tecnologicamente avanzate e strumenti moderni per gli adattamenti speciali alle varie disabilità. I paesi più ricchi hanno la possibilità di offrire ai propri atleti strumenti di elevata tecnologia in grado di aumentare considerevolmente l’efficacia del gesto tecnico, migliorandone la performance.

Vi siete messi la medaglia al collo grazie ad una grande ultima parte di gara.
Avete sopperito con la grinta ed un grande cuore alla migliore tecnica degli altri equipaggi.

È un aspetto su cui potete lavorare o le vostre disabilità non ve lo permetteranno più di tanto?

Dal punto di vista della tecnica sicuramente la nostra barca ha un margine molto ampio di miglioramento. Siamo una barca molto giovane, composta da atleti che hanno cominciato a remare da neanche un anno. La barca che avete visto a Linz è stata messa insieme poco prima della Coppa del Mondo di Poznan.  Le nostre possibilità di migliorare sono quindi molto ampie e questo ci fa sperare in risultati più significativi per le prossime importantissime competizioni internazionali.

Con questo non voglio sottostimare il complesso lavoro di ricerca dell’equilibrio tra le nostre disabilità fatto dal nostro team tecnico. Per esempio i report sportivi della gara di Linz hanno dato rilevanza alla peculiare scelta di mettere le donne dal lato pari e i maschi a quello dispari (l’hanno anche chiamata la barca femminista perché le due donne sembravano compensare i due uomini): in realtà  la formazione “Carcano” è stata la scelta migliore per compensare le nostre disabilità e limitazioni fisiche.

In questi Mondiali hai gareggiato anche nel 2 senza PR2F insieme a Maryam Afgey. Siete arrivate seconde su due equipaggi iscritti in questa specialità. Che valore dai a questa medaglia?

Le medaglie per me sono da ricevere, essere contente e guardare avanti. Questa gara ha invece avuto per me una specifica funzione: il mio scopo era quello di far fare esperienza di gare internazionali a Maryam. Lei è la nostra nuova recluta, è ancora molto giovane e ha ancora moltissimo da imparare. Esperienze come quella di Linz sono vitali per farla crescere e maturare come atleta. Ho deciso di partecipare con Maryam a questa gara nonostante i non pochi inviti a non farlo in quanto il giorno dopo avevamo da affrontare le qualificazioni per Tokio: tuttavia per me la crescita della squadra pararowing nel suo complesso è molto importante. Nel caso di quella competizione l’aspetto fondamentale era solo la partecipazione, la medaglia ha avuto lo specifico ruolo di fare contenta Maryam.

Premiazione due senza PRF2

Come atleta disabile, conta solo l’agonismo o senti forte anche l’aspetto sociale, di riscatto nelle tue imprese?

L’aspetto sociale negli atleti pararowing è fortissimo ma non è legato, almeno per come lo vivo io e per come lo vedo vivere dai miei colleghi, ad un senso di riscatto. Per noi le limitazioni sono accettate e molto condivise e siamo davvero felici di poter vivere queste intense e meravigliose esperienze di sport, impensabili solo fino a qualche anno fa. Questo ci compensa non solo della fatica che facciamo come tutti gli altri atleti, ma anche del dolore che spesso accompagna i nostri sforzi e i nostri movimenti. Per questo, molto spesso, esiste un forte senso di fratellanza e di condivisione tra noi.

Vista da fuori, la squadra paraolimpica italiana di canottaggio sembra molto unita ed affiatata. Quanto è contato questo aspetto nell’avere raggiunto i risultati di quest’anno?

Avere una squadra così unita è incredibilmente importante: ci si sente allegri e forti allo stesso tempo. La forza di uno diventa la forza dell’altro e viceversa.  Lo scorso anno ho vissuto momenti difficili perché nella mia barca precedente non c’era lo stesso affiatamento. Grazie al supporto di tutto il team tecnico e grazie ai miei nuovi compagni ho avuto la forza di tornare e ritentare con una barca nuova. Adesso è tutto diverso. La nostra squadra così giovane, piena di entusiasmo e di voglia di lavorare, tanto che è riuscita ad ottenere anche il supporto di tanti atleti che, con più anni di esperienza, ci aiutano a maturare e a tenere sempre “la testa in barca”.

La squadra Paraolimpica

Come ti sei avvicinata al canottaggio? Quale è stato il tuo percorso?

Ho cominciato a praticare canottaggio nel 2008 all’Isola del Giglio, dove è originaria la famiglia di mia madre, con barche a sedile fisso con equipaggi da quattro con timoniere. Mi sono appassionata al canottaggio grazie alla tradizione del Palio Marinaro e ho deciso di continuare tutto l’anno con il canottaggio scorrevole in Canada, quando ero in terza liceo.

In Canada facevano un elenco in ordine di performance e nessuno mai aveva tenuto in considerazione il mio severo handicap, specialmente per un vogatore. Così io, in quelle liste, ero tra le ultime e non potevo essere inserita negli equipaggi che in estate avrebbero gareggiato.  Attraverso i duri allenamenti invernali tutti indoor perché tutto ghiacciava e non si vedeva mai l’acqua, sono riuscita a risalire la classifica, arrivando al quinto posto su una quarantina di ragazze normo dotate. Nonostante la posizione raggiunta, gli allenatori non mi misero in barca diventando l’unica riserva della squadra della scuola (che faceva anche competizioni regionali). Decisi così di non fare più canottaggio al di fuori del palio marinaro all’Isola del Giglio.

Quando mi sono trasferita dal Canada a Milano, mi sono iscritta con mia sorella Giovanna alla Canottieri Olona. All’inizio abbiamo frequentato un corso molto semplice, che ben si adattava ai ritmi che ci imponeva l’università. Poi nel settembre 2017 ci siamo iscritte a un corso più impegnativo, che richiedeva la pratica due volte alla settimana presso la sede della Canottieri Olona e un giorno all’Idroscalo. A dicembre dello stesso anno i miei allenatori, mi hanno chiesto se potevano mandare i documenti che attestavano le mie difficoltà motorie ai medici della Nazionale pararowing, che stavano cercando nuovi atleti. A gennaio 2018 mi hanno convocato al primo raduno della Nazionale Italiana pararowing.

Cosa ti aspetti dal 2020?

Il 2020 per me sarà sicuramente un anno di crescita come atleta e come persona. La qualifica è solo il primo passo e adesso comincia l’anno preolimpico. Io mi aspetto molte cose belle e positive per la nostra barca. Sono davvero curiosa di vedere come sarà la nostra evoluzione, come saranno i nostri risultati e come cambieremo come persone e come atleti.

Che progetti hai per il dopo Paraolimpiadi?

Innanzitutto vorrei finire il mio percorso di studi e  vorrei anche rendere più concreto uno dei miei sogni: vedere la crescita del pararowing in Italia e nel mondo. Vorrei contribuire alla preparazione psicofisica degli atleti con limitazioni fisiche cercando nuove e specifiche modalità di training e di preparazione che tengano conto delle loro particolari disfunzioni motorie.

Cosa stai studiando e che qual è il tuo sogno?

Studio Medicina al Corso Internazionale presso l’Università Vita Salute San Raffaele e nello stesso tempo studio canto lirico (sono soprano alto-spinto). Il mio sogno è di diventare medico ed insieme quello di completare i miei studi di canto. Vorrei dunque applicare questa conoscenza alla riabilitazione delle persone affette da limitazioni motorie per fare in modo che lo sport e la musica possano contribuire a migliorare la qualità della loro vita, a conoscere a fondo sé stessi e a capire che le nostre mete sono tutte raggiungibili, anche se il percorso può risultare diverso da quello degli altri.

Edoardo Verzotti

2019-09-18T07:37:59+00:00Settembre 17th, 2019|Focus|